Blog · PFAS e contaminanti emergenti
Dal 12 gennaio 2026 i PFAS hanno limiti di legge precisi nell'acqua potabile. Spieghiamo come si analizzano, quali sono i due limiti e chi dovrebbe verificarli.
I PFAS sono entrati nel linguaggio comune negli ultimi anni, ma per la maggior parte delle persone restano un'etichetta vaga: si sa che sono inquinanti, che fanno notizia, che riguardano l'acqua. Quello che spesso manca è la parte pratica: come si misurano davvero, quali soglie contano e chi dovrebbe preoccuparsene. Questo articolo affronta proprio questo lato concreto.
Dal 12 gennaio 2026 i PFAS non sono più una questione lasciata alla buona volontà: hanno limiti di legge precisi nell'acqua destinata al consumo umano. Capire come funziona la loro analisi, e perché non si possono misurare con un test fai-da-te, è il primo passo per sapere cosa esce davvero dal proprio rubinetto o dal proprio pozzo.
I PFAS sono una famiglia di migliaia di sostanze chimiche di sintesi, usate per decenni per rendere materiali e prodotti resistenti ad acqua, grassi e calore. Sono chiamati inquinanti eterni perché si degradano molto lentamente: una volta finiti nelle falde, vi restano per anni e possono passare nell'acqua potabile senza alterarne sapore, colore o odore.
Fra i composti più studiati ci sono il PFOA e il PFOS, oggi soggetti a forti restrizioni perché alcuni studi ne hanno associato l'esposizione prolungata a effetti sulla salute. Proprio per la loro persistenza, gli enti sanitari hanno spinto verso regole più severe a livello europeo.
Il cambiamento di fondo è normativo. Il D.Lgs. 18/2023, che recepisce la direttiva europea sulle acque destinate al consumo umano, introduce per la prima volta limiti nazionali uniformi per i PFAS. Questi valori di parametro diventano cogenti dal 12 gennaio 2026: da quella data i gestori sono tenuti a rispettarli e a controllarli, e il tema smette di essere solo una raccomandazione prudenziale.
La norma non fissa un unico numero, ma due soglie complementari. La prima riguarda la somma di tutti i PFAS rilevati; la seconda, più stringente in proporzione, riguarda la somma di un gruppo ristretto di 20 composti considerati prioritari, indicato come PFAS-20. Avere due parametri permette un controllo più fine: uno fotografa il quadro complessivo, l'altro mette a fuoco le sostanze più sorvegliate.
Qui sta il punto che genera più equivoci: i PFAS non si vedono, non si sentono e non si misurano in casa. Le soglie di legge si esprimono in microgrammi per litro, cioè in tracce dell'ordine del miliardesimo: per rilevarle servono strumenti analitici dedicati e altamente sensibili, tipicamente basati sulla cromatografia liquida abbinata alla spettrometria di massa. È una tecnologia da laboratorio, non da striscetta colorata.
Per questo nessun kit casalingo è in grado di dire se l'acqua contiene PFAS: i test fai-da-te misurano al più parametri generici come durezza o cloro, e su queste sostanze darebbero solo un falso senso di sicurezza. Una analisi PFAS attendibile passa necessariamente da un laboratorio qualificato, che impiega metodi validati conformi a norme tecniche e applica controlli di qualità a ogni fase della misura.
La validazione del metodo non è un dettaglio burocratico. Significa che il laboratorio ha verificato la propria capacità di misurare quei composti a concentrazioni così basse, gestendo possibili interferenze e contaminazioni accidentali del campione. Senza questo, un numero su un referto vale poco. Se vuoi capire il quadro completo della famiglia di sostanze, trovi un approfondimento dedicato su tutto sui PFAS.
Non tutti hanno la stessa urgenza, ma alcune situazioni meritano attenzione concreta. Chi attinge da un pozzo privato in una zona a rischio è il caso più tipico: senza acquedotto non c'è alcun trattamento centralizzato, e la verifica spetta interamente a chi usa l'acqua. Lo stesso vale per chi vive vicino ad aree industriali storiche o a siti dove i PFAS sono stati impiegati o smaltiti.
Per i PFAS il prelievo è delicato quanto l'analisi. Alcuni materiali plastici di uso comune possono rilasciare tracce di queste sostanze e falsare il risultato: per questo il campione va raccolto nei contenitori forniti dal laboratorio e seguendo con cura le istruzioni di campionamento. Un prelievo fatto male può rendere il dato inutilizzabile e costringere a ripetere tutto.
Il referto va poi confrontato con entrambi i limiti di legge: la somma totale dei PFAS rispetto a 0,5 µg/L e i PFAS-20 rispetto a 0,1 µg/L. Solo questo doppio confronto dice se l'acqua è conforme per quel parametro. Se i valori sono ampiamente sotto le soglie, hai una risposta rassicurante e documentata; se sono vicini o sopra, è il momento di ripetere o di valutare un trattamento con un tecnico.
Se hai un pozzo e non sai da dove cominciare, il passo concreto è un'analisi del pozzo che includa la ricerca dei PFAS: chiarisce la situazione una volta per tutte, su base oggettiva e non su impressioni. Conservare i referti nel tempo, inoltre, costruisce uno storico utile sia per la tranquillità quotidiana sia in occasione di una compravendita immobiliare.
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