Guide · Contaminanti
PFAS sono composti chimici artificiali resistenti che contaminano falde acquifere in todo il mondo. In Italia i limiti sono entrati in vigore nel 2023 con il D.Lgs. 18/2023. Scopri cosa sono, come si formano, i rischi per la salute e come proteggerti.
I PFAS sono tra i contaminanti ambientali più persistenti al mondo. Creati negli anni Quaranta come composti chimici industriali per le loro proprietà di resistenza al calore e ai grassi, si trovano ormai in quasi tutte le matrici ambientali: acqua, suolo, sedimenti e anche nel sangue umano di persone esposte. L'Italia, in particolare le regioni settentrionali, è una delle aree più colpite da contaminazione PFAS, con concentrazioni talvolta 100 volte superiori ai limiti internazionali.
La buona notizia è che il D.Lgs. 18/2023 ha stabilito limiti chiari e metodi di analisi validati. Conoscere questi dati consente di proteggerti in modo razionale, scegliere il laboratorio corretto e adottare misure correttive efficaci.
I PFAS sono molecole organiche in cui gli atomi di idrogeno della catena carboniosa sono sostituiti da atomi di fluoro. Questa struttura li rende estremamente stabili chimicamente e biologicamente inerti: non si rompono con il calore, non si degradano in ambienti acidi o alcalini, e i batteri del suolo non riescono a scissioni. Questa stabilità è esattamente ciò che li rende utili per l'industria, ma anche pericolosi per l'ambiente.
Le principali applicazioni industriali includono: rivestimenti antiaderenti (pentole antiaderenti PTFE), tessuti impermeabili (abbigliamento tecnico e sportswear), carta e cartone trattati (scatole per pizza, vassoi per alimenti fast-food), schiume antincendio (usate in aeroporti, basi militari, industrie petrolifere), refrigeranti e lubrificanti nella lavorazione metalli e cosmesi (smalti per unghie, creme idrorepellenti). Una volta immessi nel ciclo produttivo, i PFAS si disperdono nell'aria, sulle acque reflue e nei rifiuti.
La contaminazione avviene per vie molteplici e spesso sinergiche. Le schiume antincendio usate negli aeroporti e nelle basi militari si infiltrano nei suoli e raggiungono le falde acquifere superficiali, creando "plume" (pennacchi) di contaminazione che si muovono nel flusso sotterraneo e contaminano i pozzi privati a valle. Le discariche (pubbliche e illegali) di rifiuti contenenti PFAS sono una fonte cronica: ogni volta che piove, percolati ricchi di PFAS scendono verso gli strati inferiori del terreno e inquinano le falde. Le aziende manifatturiere (tessili, cartarie, industrie chimiche) che producono o usano PFAS possono causare rilasci accidentali durante le operazioni o smaltimenti irregolari di residui. I depuratori civili hanno una capacità limitata di abbattere i PFAS: passano attraverso i trattamenti convenzionali e finiscono nei corpi idrici ricettori (fiumi, laghi) o nelle falde.
In zone agricole intensive, inoltre, l'uso di fanghi di depurazione come fertilizzante trasferisce PFAS dal depuratore al suolo, creando fonti secondarie di contaminazione. In Veneto, dove la contaminazione PFAS è più diffusa, le analisi ARPA e dell'Istituto Superiore di Sanità hanno tracciato i percorsi di diffusione mettendo in correlazione i superamenti con le discariche dismesse e i siti industriali abbandonati.
Gli effetti dei PFAS sulla salute umana sono oggetto di ricerca continua. Non esiste una "dose sicura" universalmente accettata, ma le agenzie internazionali hanno stabilito orientamenti. L'EPA nel 2022 ha abbassato drasticamente i "reference dose" per PFOA e PFOS (da 70 ng/L a 0,004 µg/L per PFOA e 0,002 µg/L per PFOS), suggerendo maggiore cautela. L'EFSA ha fissato una "dose massima di riferimento" (BMDL05) più conservativa rispetto agli studi precedenti.
Gli studi epidemiologici su popolazioni esposte (lavoratori, residenti in aree contaminate, fosse settiche) hanno associato PFAS con: colesterolo elevato (uno dei segnali più coerenti), alterazioni epatiche (aumentati enzimi di funzionalità epatica), ridotta risposta immunitaria ai vaccini, alterazioni tiroidee, problemi riproduttivi e basso peso alla nascita in gestanti esposte. L'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) nel 2023 ha classificato il PFOA come "cancerogeno per l'uomo" (gruppo 1), basandosi su evidenze sperimentali e epidemiologiche.
Il rischio è proporzionale alla concentrazione e alla durata dell'esposizione. Per i cittadini che consumano acqua da pozzo privato contaminato, riduire i PFAS mediante filtrazione è la priorità più immediata.
Il quadro dei limiti PFAS è definito dal D.Lgs. 18/2023 come modificato dal correttivo D.Lgs. 102/2025, in vigore dal 19 luglio 2025. Le soglie sono due: 0,10 µg/L per la somma dei PFAS — parametro esteso a 30 molecole dal correttivo — con obbligo dal 12 gennaio 2026; e 0,02 µg/L (20 ng/L) per la somma dei 4 PFAS prioritari (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS), con monitoraggio obbligatorio dal 13 luglio 2026.
Il correttivo ha superato il precedente parametro generico dei "PFAS totali" (0,50 µg/L) previsto dal testo originario del 2023, concentrando i controlli su soglie più specifiche e restrittive. L'impostazione resta quella cautelativa della Direttiva UE 2020/2184: usare la somma di più composti come indicatore di esposizione, con un focus aggiuntivo sui quattro PFAS considerati più tossici.
La misurazione richiede strumenti sofisticati e personale altamente qualificato. Il metodo di riferimento è la cromatografia liquida accoppiata a spettrometria di massa a doppio stadio (LC-MS/MS). Il campione di acqua viene sottoposto a preparazione del campione (estrazione, purificazione) per concentrare i PFAS e rimuovere le interferenze, poi iniettato nel sistema LC-MS/MS. La LC separa i singoli PFAS per tempo di ritenzione, e lo spettrometro di massa ne identifica e quantifica ciascuno misurando il rapporto massa-carica (m/z).
L'altro metodo usato è l'ICP-MS (spettrometria di massa al plasma induttivamente accoppiato), che misura il fluoro totale in una soluzione, fornendo una stima della concentrazione totale dei PFAS. Tuttavia, l'ICP-MS non distingue tra singoli PFAS e ha limitazioni nel misurare composti con fluorine legato a strutture instabili a caldo: per questo, per l'analisi conforme al D.Lgs. 18/2023, la LC-MS/MS è il metodo preferito.
I limiti di quantificazione (LOQ) — la più bassa concentrazione che il metodo riesce a misurare con precisione — devono essere inferiori a 0,1 µg/L per ciascun PFAS specifico. Se un laboratorio dichiara LOQ di 0,2 µg/L per il PFOA, non può essere utilizzato per verificare la conformità al limite di 0,10 µg/L.
Se l'analisi rivela superamenti dei limiti PFAS, la soluzione è l'installazione di un sistema di trattamento dell'acqua. Le tecnologie principali sono:
Per i gestori idrici pubblici, i sistemi di trattamento sono centralizzati e più sofisticati: combinano pre-filtrazione, coagulazione, sedimentazione, filtrazione su sabbia, carbone attivato granulare in letti profondi, scambio ionico e talvolta osmosi inversa. La scelta dipende dal volume di acqua da trattare, dalla concentrazione PFAS rilevata e dalle risorse disponibili.
1. Riporta il risultato al gestore idrico della tua zona o all'ARPA regionale competente. La legge ti obbliga a segnalare i superamenti dei limiti di potabilità.
2. Installa un sistema di trattamento: affidati a un tecnico specializzato che valuti la concentrazione PFAS misurata e raccomandi la soluzione più efficace per il tuo volume di acqua.
3. Ripeti l'analisi dopo il trattamento (a 2-3 mesi dall'installazione) per verificare che l'abbattimento sia efficace.
4. Mantieni il sistema con la frequenza consigliata (sostituzione carbone, controllo delle resine, pulizia filtri).
5. Monitorizza nel tempo con analisi annuali: anche se il pozzo è trattato, è utile verificare che la fonte non peggiori ulteriormente.
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