Da dove arriva e com'è l'acqua di Lecce
Chi vive a Lecce di solito si pone due domande: perché rubinetti, box doccia e bollitore si coprono di calcare, e se l'acqua di rete sia davvero adatta da bere. Sul primo punto, aloni bianchi e incrostazioni sulle resistenze di lavatrice e caldaia dipendono da calcio e magnesio, minerali presenti anche nelle acque in bottiglia: sono una questione di manutenzione degli impianti, non di salute. Il grado di durezza però non è identico ovunque, perché può cambiare con la fonte che alimenta la zona; partendo dai dati del gestore o da un'analisi del proprio rubinetto, il calcolatore della durezza dell'acqua aiuta a capire come regolarsi.
Lecce non ha fiumi o laghi propri da cui attingere, quindi dipende da un sistema interconnesso gestito da Acquedotto Pugliese. Una parte dell'acqua proviene dai grandi schemi di adduzione regionali, alimentati da invasi e sorgenti, tra cui lo schema Sinni-Pertusillo; un'altra parte arriva dai pozzi della falda profonda del Salento, che nella penisola conserva un ruolo importante. Lungo la dorsale ionica la distribuzione è rafforzata dall'Acquedotto del Sinni: circa 37,5 chilometri tra il serbatoio di San Paolo, a Salice Salentino, e quello di Seclì, dimensionati per una portata fino a 1.400 litri al secondo.
Capita poi di leggere notizie sulla salinizzazione della falda, cioè l'ingresso di acqua marina nell'acquifero. Nei primi risultati del progetto di monitoraggio "Minore" della ASL di Lecce, i 35 pozzi di Acquedotto Pugliese esaminati non hanno mostrato glifosato né altri pesticidi, mentre in 9 pozzi i cloruri sono risultati oltre il limite. Va letto per quello che è: un dato sulla risorsa grezza, prima che il gestore misceli le diverse fonti e controlli l'acqua immessa in rete. Chi usa pozzi privati, invece, resta fuori dai controlli del gestore e può valutare un'analisi dell'acqua di pozzo.
Sull'acqua distribuita AQP svolge controlli interni con i propri laboratori, mentre la ASL effettua le verifiche esterne previste dalla normativa. L'odore di cloro residuo che a volte si avverte serve a mantenere l'acqua idonea lungo le condotte e si attenua lasciandola qualche ora in una caraffa in frigorifero; per l'acqua destinata ai neonati conviene seguire le indicazioni del pediatra. Resta un tratto che i controlli sulla rete non coprono: tra la rete pubblica e il rubinetto l'acqua attraversa l'impianto dell'edificio, e nelle case del centro storico o nei palazzi datati tubazioni vecchie, autoclavi e serbatoi possono farla differire da quella distribuita.
Per sapere che cosa esce davvero dal proprio rubinetto si può ordinare il kit di autoprelievo: arriva in 24-48 ore, si preleva il campione a casa seguendo le istruzioni e lo si rispedisce al laboratorio qualificato, che invia il rapporto di prova in 5-7 giorni. Come funziona e quali parametri si possono controllare è spiegato nella pagina sull'analisi dell'acqua del rubinetto.