Blog · Normativa
L'arsenico nelle acque italiane non è una rarità: zone vulcaniche del Lazio e della Toscana ne contengono concentrazioni naturalmente elevate. Vediamo i numeri.
L'arsenico nelle acque italiane non è un fenomeno marginale né esclusivamente legato a contaminazioni industriali. In larga parte è di origine geologica: rocce vulcaniche e idrotermali rilasciano arsenico nelle falde sotterranee da secoli, ben prima di qualunque attività umana. Il punto è che la sensibilità delle norme è cresciuta e ciò che era considerato accettabile decenni fa oggi non lo è più.
Il D.Lgs. 18/2023 s.m.i. e il successivo D.Lgs. 18/2023 fissano il limite di arsenico nelle acque destinate al consumo umano a 10 µg/L (microgrammi per litro). È un limite stringente che ha messo in difficoltà numerosi Comuni del centro Italia: nei primi anni 2000 e 2010 diversi territori hanno dovuto richiedere deroghe temporanee in attesa di adeguare gli impianti di potabilizzazione con tecnologie di abbattimento (adsorbimento su ossido di ferro, scambio ionico, coagulazione-filtrazione).
Le aree con maggiore probabilità di superamenti naturali del limite sono:
L'arsenico inorganico è classificato dalla IARC come cancerogeno certo (Gruppo 1). Esposizione prolungata via acqua potabile è associata a: tumori della pelle, della vescica, del polmone, lesioni cutanee tipiche (iperpigmentazione, ipercheratosi), patologie cardiovascolari, diabete di tipo 2, alterazioni dello sviluppo neurologico nei bambini esposti in utero.
Il rischio è dose-dipendente: a concentrazioni vicine al limite di 10 µg/L l'incremento di rischio è limitato, ma cresce in modo significativo per esposizioni a 20-50 µg/L per molti anni. Per questo l'OMS suggerisce, ove tecnicamente fattibile, di tendere a valori inferiori a 10 µg/L.
L'analisi dell'arsenico richiede strumentazione ICP-MS o spettrofotometria ad assorbimento atomico in fornetto di grafite, con limiti di quantificazione idealmente sotto 1 µg/L. È sempre incluso nei profili chimici completi e nelle analisi di pozzo. Per le case servite da pozzo privato in una delle aree sensibili, una verifica iniziale e poi un controllo ogni 2-3 anni è la frequenza ragionevole; per chi è servito da acquedotto pubblico, in genere il controllo del gestore è sufficiente, salvo dubbi puntuali.
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