Blog · Contaminanti specifici
Il cromo esavalente è uno dei contaminanti industriali più studiati. Una panoramica nazionale delle aree con contaminazione documentata, dei limiti aggiornati, di come si analizza e di come si abbatte.
Il cromo esavalente — Cr(VI) o cromo VI — è uno dei contaminanti più studiati e temuti nelle acque destinate al consumo umano. A differenza del cromo trivalente, che a basse dosi è un micronutriente, i composti del cromo VI sono classificati dallo IARC nel Gruppo 1, cancerogeni certi per l'uomo; l'evidenza riguarda soprattutto l'inalazione, mentre per l'ingestione con l'acqua il dibattito scientifico è ancora aperto.
In Italia la contaminazione da cromo VI non è diffusa in modo uniforme: si concentra in aree precise, quasi sempre legate a storiche attività industriali. In questa guida le passiamo in rassegna regione per regione, spiegando cosa dice la legge, come si analizza correttamente il cromo e quando conviene far controllare la propria acqua, soprattutto se proviene da un pozzo privato.
Il cromo VI è il cromo nello stato di ossidazione +6, presente in acqua come ione cromato (CrO4 2-) o bicromato. Ha origine quasi esclusivamente antropica:
Le due forme hanno comportamenti opposti nell'ambiente. Il cromo III, in acque neutre o leggermente basiche (pH superiore a 6), precipita come idrossido e tende a restare fissato nel suolo, con bassa biodisponibilità. Il cromo VI, sotto forma di cromato o dicromato, è invece molto solubile, poco trattenuto dalle matrici solide e si sposta facilmente con la falda. È per questo che le perdite industriali di cromati possono generare pennacchi di contaminazione lunghi chilometri.
Sul piano sanitario, gli studi tossicologici del National Toxicology Program statunitense hanno documentato tumori intestinali nei roditori esposti a lungo al cromo VI nell'acqua da bere, ma a concentrazioni dell'ordine dei milligrammi per litro, molto superiori a quelle tipiche delle acque potabili. Gli studi su popolazioni umane esposte a livelli elevati mostrano segnali di aumento di alcuni tumori dell'apparato digerente, con un'evidenza che resta incerta alle basse concentrazioni. L'OMS mantiene un valore guida provvisorio per il cromo totale, mentre la California ha fissato per il solo cromo VI un obiettivo di salute pubblica estremamente cautelativo, pari a 0,02 µg/L, che non ha equivalenti normativi in Europa.
Il SIN Brescia-Caffaro, istituito dall'art. 14 della L. 31 luglio 2002, n. 179 e perimetrato con il DM Ambiente 24 febbraio 2003 (GU n. 121 del 27 maggio 2003), è uno dei casi italiani più documentati di contaminazione storica di suoli e falda. Lo stabilimento chimico Caffaro, attivo a Brescia dall'inizio del Novecento, ha prodotto per decenni derivati del cloro, PCB e numerosi composti organoclorurati. Il cromo esavalente presente nella falda bresciana ha però origini multiple: oltre al sito Caffaro, vi hanno contribuito le numerose attività galvaniche e metallurgiche del territorio, e i pennacchi di contaminazione sono seguiti dagli enti come plume distinti.
Il perimetro del SIN comprende l'area dello stabilimento e una fascia residenziale e agricola circostante, per alcune centinaia di ettari complessivi. La caratterizzazione ha riscontrato nei suoli PCB, diossine e furani, mercurio, arsenico e solventi clorurati; nelle acque sotterranee mercurio, PCB, solventi clorurati (tra cui il tetracloruro di carbonio) e cromo esavalente. In falda il cromo VI ha raggiunto concentrazioni di centinaia di µg/L nelle zone sottostanti l'impianto, attenuandosi progressivamente verso valle lungo la direzione di flusso: essendo molto mobile, ha raggiunto pozzi privati e, storicamente, anche captazioni usate per l'acquedotto cittadino.
In Piemonte il cromo esavalente ha due origini distinte. La prima è naturale: in alcune zone le acque sotterranee attraversano rocce ofiolitiche e serpentiniti ricche di cromo, e ARPA Piemonte ha documentato la presenza di cromo VI di origine geogenica in acque destinate al consumo umano. La seconda è industriale: alcuni siti produttivi dismessi dell'area torinese, oggetto di procedimenti di bonifica, presentano cromo VI nelle acque sotterranee. Per la scheda tecnica completa sul parametro consulta la guida cromo esavalente 123Acqua.
Nessuna di queste aree è oggi un Sito di Interesse Nazionale per il cromo. I SIN che interessano il Piemonte sono Casale Monferrato, Balangero, Pieve Vergonte, Serravalle Scrivia e Cengio-Saliceto (condiviso con la Liguria). Le Basse di Stura, a Torino, sono state un SIN fino al DM Ambiente 11 gennaio 2013, che le ha trasferite alla competenza regionale; la bonifica è oggi seguita dal Comune di Torino.
Fuori da questi contesti il cromo VI va cercato dove c'è stata, o c'è ancora, un'attività che lo utilizza: distretti galvanici e della cromatura, distretti conciari, impianti di impregnazione del legno, produzione di pigmenti. Anche alcuni Siti di Interesse Nazionale legati alla grande industria, come Bagnoli o Crotone, presentano contaminazioni storiche da metalli nei suoli e nelle falde, e sono contesti in cui un controllo dei pozzi privati è prudente.
Il denominatore comune è la falda superficiale: i pozzi poco profondi in prossimità di insediamenti produttivi, attivi o dismessi, sono quelli in cui la probabilità di trovare cromo VI è più alta. Anche un valore di cromo totale superiore a qualche µg/L, in un'acqua che dovrebbe esserne quasi priva, è un segnale da approfondire con la speciazione.
Il D.Lgs 18/2023 recepisce la Direttiva UE 2020/2184 e fissa per il cromo un valore di parametro riferito al cromo totale:
Il cromo totale si determina in routine con la spettrometria di massa a plasma accoppiato induttivamente (ICP-MS) secondo UNI EN ISO 17294-2, che raggiunge limiti di quantificazione inferiori al µg/L ed è il dato richiesto dalla normativa. Il cromo VI richiede invece una metodica specifica, distinta dal cromo totale. Le tecniche con metodi validati più diffuse sono:
Rimuovere il cromo VI dall'acqua potabile è tecnicamente possibile ma non banale. Quasi tutte le tecnologie sfruttano la riduzione a cromo III, che poi precipita e viene filtrato:
Una analisi mirata di cromo VI è raccomandata se:
Se sei allacciato all'acquedotto pubblico, il primo passo è consultare i dati di qualità pubblicati dal gestore e dall'autorità sanitaria della tua zona: nelle aree più esposte riportano spesso sia il cromo totale sia il cromo VI. Chi vuole una conferma puntuale può far analizzare l'acqua al proprio rubinetto con ICP-MS e, se opportuno, con la speciazione.
Se invece l'acqua proviene da un pozzo privato in una delle aree descritte, l'autocontrollo annuale è essenziale: nei pozzi superficiali e in quelli non più usati per bere ma ancora attivi per orti e usi promiscui la probabilità di trovare cromo VI in quantità significative non è trascurabile. Il cromo totale è incluso sia nell'Analisi Acque Pozzo, insieme a nitrati, altri metalli e parametri microbiologici, sia nell'Analisi Completa. La speciazione del cromo VI non fa parte dei pacchetti standard: può essere richiesta in aggiunta ed è la scelta più informativa per chi risiede o lavora in un'area a rischio. Per un preventivo puoi scriverci dalla pagina contatti.
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