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Macchie bianche sui rubinetti, sapone che non fa schiuma, lavastoviglie e caldaia incrostate: spesso il responsabile è il calcare. Come riconoscere l'acqua dura, leggere i gradi francesi, misurare la durezza e decidere cosa fare.
Se il calcare torna sul rubinetto pochi giorni dopo la pulizia, se il sapone fa poca schiuma e il bollitore si incrosta in fretta, quasi certamente l'acqua di casa è dura. La "durezza" è un parametro misurabile, espresso in gradi francesi, e la legge italiana non fissa per l'acqua naturale un limite sanitario ma solo un intervallo consigliato. Conoscere il proprio valore è il primo passo per decidere se intervenire, e come.
Prima ancora di un'analisi, la casa offre parecchi indizi. Le incrostazioni bianco-grigiastre che si formano dove l'acqua evapora sono carbonato di calcio precipitato: se tornano a pochi giorni dalla pulizia, la durezza è con buona probabilità superiore ai 25 °f. Un secondo indizio è il sapone: calcio e magnesio reagiscono con i tensioattivi formando sali insolubili, la patina appiccicosa che resta sulla pelle e nella vasca, e così serve più prodotto per lo stesso risultato. Un test semplice è il confronto con i viaggi: se fuori casa, magari in una zona con acqua più dolce, ti basta metà dello shampoo, l'acqua di casa è quasi certamente dura.
Il terzo indizio riguarda gli elettrodomestici che scaldano l'acqua, dove il calore accelera la precipitazione del calcare sulle resistenze. Ispezionare la resistenza del bollitore ogni sei mesi è un modo rapido per farsi un'idea: se dopo pochi mesi è già coperta da depositi duri e biancastri, la durezza è oltre i livelli ottimali.
La durezza dell'acqua corrisponde alla concentrazione di sali di calcio e magnesio disciolti. Si distingue una durezza temporanea, legata ai bicarbonati, che con il calore precipita come calcare, e una durezza permanente, legata a solfati e cloruri, che resta in soluzione anche facendo bollire l'acqua: la somma delle due è la durezza totale riportata nei referti.
In Italia si esprime in gradi francesi (°f): 1 °f equivale a 10 mg/L di carbonato di calcio, quindi un'acqua a 30 °f contiene l'equivalente di 300 mg/L. Nelle istruzioni di molti elettrodomestici si trovano invece i gradi tedeschi (°dH): 1 °dH corrisponde a circa 1,8 °f. Le classi convenzionali sono:
Già il D.Lgs. 31/2001 trattava la durezza come parametro indicatore e non come parametro sanitario, e l'impostazione è rimasta con il D.Lgs. 18/2023: è indicato un intervallo consigliato di 15-50 °f, il cui valore minimo riguarda soprattutto le acque addolcite o dissalate, senza un limite massimo per l'acqua naturale. In molte zone d'Italia l'acqua di rete supera i 30 °f senza essere per questo "non potabile": il calcare non è un rischio per la salute, ma un fastidio tecnico.
Una durezza superiore a 25 °f produce effetti molto concreti. Il più sottovalutato è il costo energetico: il calcare depositato sulla resistenza è un cattivo conduttore di calore, peggiora lo scambio termico e costringe l'apparecchio a lavorare più a lungo per scaldare la stessa quantità d'acqua.
Per un'idea rapida bastano un kit a gocce o le strisce reattive. Il kit a gocce è più preciso: si aggiunge il reagente finché l'acqua cambia colore e si contano le gocce, secondo la procedura descritta passo per passo in questa pagina. Le strisce danno solo una fascia indicativa, sufficiente per regolare il sale della lavastoviglie o il dosaggio del detersivo.
Quando il dato serve a una decisione, come scegliere e tarare un addolcitore o capire perché caldaia e lavastoviglie si incrostano, conviene l'analisi di laboratorio: la durezza viene misurata con metodi validati e affiancata da pH e conducibilità, utili per valutare quanto l'acqua resterà aggressiva dopo il trattamento. Se un addolcitore è già installato, misurare la durezza prima e dopo l'impianto è il modo più semplice per verificarne la taratura.
Le strade praticabili sono tre. La prima è l'addolcitore a scambio ionico: rimuove calcio e magnesio sostituendoli con sodio. Va dimensionato sulla durezza in ingresso e prevede manutenzione regolare (rigenerazione con sale, sanificazione e, nel tempo, sostituzione delle resine). La seconda è il dosatore di polifosfati per la sola acqua sanitaria, soluzione più semplice che non toglie il calcare ma ne limita i depositi. La terza, per l'acqua da bere, è un sistema a osmosi inversa che riduce drasticamente tutti i sali disciolti: le differenze tra le due tecnologie principali sono spiegate nella guida addolcitore o osmosi inversa.
Diffida invece dei dispositivi anticalcare magnetici o elettronici che promettono di eliminare il calcare senza modificare l'acqua: non cambiano la durezza misurata, e chi li propone dovrebbe poter mostrare dati di prova indipendenti. Un addolcitore ha senso soprattutto quando la durezza è stabilmente sopra i 25-30 °f, quando caldaia ed elettrodomestici si guastano ripetutamente per il calcare, oppure nelle attività con molta acqua calda come B&B, palestre e ristoranti.
Prima di acquistare un impianto vale sempre la pena misurare con precisione la durezza in entrata. Senza il dato di partenza, qualunque venditore può raccontarti qualunque cosa. Il calcare non incide solo su tubi ed elettrodomestici: cambia anche il gusto delle bevande calde, come spiegato nella pagina sull'acqua giusta per caffè e tè.
I dati medi pubblicati dal gestore idrico e da ARPA sono un buon punto di partenza, ma descrivono la zona di distribuzione, non il tuo rubinetto: l'impianto interno, soprattutto se ha più di vent'anni, può modificare il risultato. Per questo conviene procedere per gradi:
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